Monthly Archive for April, 2011

Buono

Un pomeriggio come tanti. Toc toc.

-Chi è?

Guardo dallo spioncino. Una ragazza si guarda i piedi roteando le anche. Un pò a destra, un pò a sinistra.

-Chi è?

-Uhm…

Tentenna. Si porta una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

-Siamo dell’associazione “Regala un sorriso”…

-Ah. Mi dica pure.

-Le dispiacerebbe aprire la porta?

-Perchè?

-Volevamo parlarle…

All’aprirsi della porta un fresco rivolo d’aria entra in casa. La ragazza porta il piede destro accanto a quello sinistro e in modo composto sorride. Sotto al suo braccio una cartellina plastificata. Sulla copertina un bambino ride.

-Buonasera…

-Mi (sbadiglio) dica pure…

-Volevamo parlarle della nostra associazione. La conosce?

-No. Non mi sembra.

-Gliene posso parlare?

A quel punto si manifesta una lista mentale delle cose più interessanti che potrei fare. Testa a testa tra mangiare yogurt ai frutti di bosco e ascoltare la volontaria. Prevale la novità del pomeriggio. Vince la volontaria.

-Certo. Mi dica tutto.

-Ecco vede noi siamo un’associazione di medici che si occupa di operare tutti quei bambini nel mondo…

Dopo questa frase la mia mente è ormai lontana. Riesco a concentrarmi solo sul suo volto. Comincio a cercare di capire che cosa spinga una persona a diventare una volontaria.

-… e siamo qui per chiederle un aiuto.

-Si. Cosa posso fare?

-Ecco attraverso un piccolo contributo può aiutarci a aiutare tante persone.

-Si.

-In che senso si?

-Nel senso che voglio dare il mio contributo.

E’ stupita. Si guarda attorno alla ricerca del suo collega che probabilmente è al piano di sopra. Cerca il modulo. Scartabella il fascicolo. Non c’è.

-No, aspetti un’attimo. Non è possibile… Eccolo! Si eccolo, eccolo!

Mi porge il foglio. Poi una penna.

-Grazie. Grazie mille. Ecco il modulo. Perfetto. Basta una piccola firma qui. E un’altra qui.

-Allora a posto così?

-Penso proprio di si. Grazie ancora, a presto

-Grazie, arrivederci.

Chiudo la porta e sorridendo mi dirigo verso il frigo.

Bichon Frisé

-Ma che carino!

-Ma che “che carino”. Sù, dài, cammina.

-Ciao Batuffolino… Perchè tiri così tanto?

-Eh, stamattina me so svejata tardi e siamo uscite solo ora. Mò nun riesce a fà i bisogni sua.

-Ma ciao, ma ciao, ma che bel pelo…

-Uh, lascia stare il pelo, guarda. Me l’hanno ro-vi-na-ta. Se sò presi 50 euri e me l’hanno tajata così. Guarda er musetto. Oo vedi? Così me sembra un barboncino! Ma questa mica è un barboncino, questa è un Bichon Frisé. La prossima volta il pelo nun glielo tajo. Guarda er musetto, guarda. Quanto me dispiace…

-Ma noo, sta benissimo anche così…

-A prossima vorta me devono pagà loro pe portajela… Sù, mò cammina, che è mejo.

-Arrivederci! Ciao Batuffolina!

-Buona pasquetta.

-Buona Liberazione..

Habemus Papam

Probabilmente ho sbagliato io.

Sono andato a vedere Habemus Papam al Nuovo Sacher. Fila al botteghino. Zero posti liberi. In sala grandi pacche sulle spalle. Mi guardavo attorno e vedevo tante persone simili a me. Nell’abbigliamento. Nelle espressioni. Mi sembrava di essere parte della folla del Vaticano che aspetta il suo Papa affacciarsi al balcone. A condurre il gregge smarrito verso un futuro migliore.

E poi il film comincia. E ci sono rimasto male.

Mi è piaciuta molto la colonna sonora. Forse l’unico elemento del film da cui si può trarre quello che era il progetto iniziale. Uno sguardo vivace, delicato, sull’animo umano, in alcune delle sue più delicate sfaccettature. L’insicurezza e il potere, la responsbilità (divina). E in questo il protagonista (Piccoli) mi ha soddisfatto. Però è troppo poco. Scena dopo scena, sempre più fiducioso, aspettavo qualcosa di memorabile scorrere davanti ai miei occhi. Niente.

Il film è fragilissimo. Senza ossatura. Si nutre di questa condizione perenne di attesa. Innumerevoli inquadrature farlocche di gente che sventola bandierine. Fughe improbabili nel centro di Roma. Slow-motion un pò strazianti di cardinali che giocano a pallavolo, come se questo fosse riportarli alla vita. Qualche battuta sul darwinismo e sulla psicanalisi qua e là.

Nell’epilogo, finalmente succede qualcosa, e tutta quell’attesa è servita a niente. Mancano completamente le vite dei personaggi, gli indizi dei loro stati d’animo, la loro sensibilità.

Per esempio lo psicanalista (Moretti) pieno di sè (e non se ne capisce il motivo), impartisce le sue lezioncine ai cardinali. Ma perché? Il problema non è essere pieni di sè. Fare film sulle proprie paranoie. Questo va bene ed è probabilmente ciò che più piace. Capire qualcosa di più sulla vita, possedere, in qualche modo, un’esperienza in più. Il problema si manifesta quando non si ha nessun motivo per essere un personaggio di rilievo.

Il Papa è il Papa anche quando non lo è.

Video chic




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