Cari amici e colleghi studiosi, ecco il terzo attesissimo capitolo del Trattato sulle Discoteche.
Questo approfondimento, della sempre più intricata materia, avrà ad oggetto lo studio del Carnevale di Notting Hill, Londra.
Capitolo 3
“Il ballo all’aperto”
La condivisione come arma contro l’inibizione
Cari colleghi, anche voi in quanto studiosi, avrete sicuramente fatto i conti con il concetto di “normalità”. Non dico nulla di nuovo se affermo che la normalità non ha niente a che fare con la razionalità o la logica. Non ci stupiamo quindi se per abitudine e per convenzione, è “normale” che il sabato sera si vada a ballare in una discoteca. Un locale chiuso munito di bar alcolico, casse e luci. Di solito munito anche di strobosfera.
La dottrina ha sempre sostenuto che l’ambiente della discoteca sia il maggiore responsabile della spregiudicatezza degli atteggiamenti esasperati dei suoi utenti. Questo è vero. Senza dubbio.
Con questo capitolo voglio vestire i panni di Copernico.
Partiamo da un esempio.
Ebbene, cosa succederebbe se invitassi uno solo di voi, singolarmente, in un quartiere residenziale a ballare in pieno giorno, a ritmi sud-americani, in costume da bagno, in mezzo alla strada, a Londra? Probabilmente e comprensibilmente vi chiedereste quala stramba pozione io abbia ingerito, durante la mia sessione mattutina di studio in laboratorio.
Il vostro attivissimo senso del pudore, soprattutto senza aiutino, non vi permetterebbe mai di mettere a repentaglio la vostra immagine. Giusto così.
E se invece io organizzassi un corteo composto da decine di camion, che ininterrottamente si susseguissero sullo stesso quadrilatero, riempiti di musicisti e deejay, seguiti da centinaia di ballerine/i in abiti folcloristici?
Ecco probabilmente seguireste il carro che più vi aggrada imitando le movenze del ballerino/a preferito/a sorseggiando una bevanda alcolica. Il vostro attivissimo senso del pudore sarebbe annientato dai vostri compagni di avventura.
L’ambiente aiuta certamente, ma non è fondamentale.
E’ per questo motivo, cari colleghi, che voglio sostenere, attraverso questo illuminante capitolo, che la condivisione di un avvenimento, qualsiasi esso sia, fa tanto più calare le inibizioni del soggetto quanto più l’evento è partecipato.
Solo a partire da questa tesi è giustificabile il Carnevale di Notting Hill.








