Monthly Archive for June, 2010
Intervista a Federico C., studente migrante.
Lideale. Caro Federico, raccontaci la tua storia.
Federico. Sono uno dei tanti che dal meridione sono partiti alla ricerca di condizioni serene in cui vivere ed esprimere la propria crescita intellettuale e professionale.
Una scelta simile comporta determinati sacrifici dovuti alle ristrettezze economiche cui ogni giorno occorre far fronte. La mia storia è quella di tanti, non ho velleità di esclusività e tanto meno di originalità. Ad ogni modo non sono tra quelli che se la passano peggio.
L. Andiamo più nel dettaglio.
F. Qualche giorno fa, era un venerdì, vagavo senza requie in una Bologna resa liquida dall’asfissiante atmosfera estiva; mi venne l’idea di acquistare un paio di “fantasmini”, così mi recai al parco della Montagnola.
L. C’era molta gente?
F. Stavo arrivando appunto a quello. La gente c’era, e molta. Era una comune giornata di mercato. Ma la calura rendeva ogni gesto meccanico e l’impressione era quella di assistere ad uno strano rituale in un formicaio incendiato dal sole. Per farla breve. Prima bancarella: un cinese sorridente alla mia richiesta, mi indica il prezzo: tre paia, un ero e cinquanta.
D: Com’era la qualità?
F. Apparentemente buona. Erano delle comunissime calze 100% in cotone, secondo l’etichetta fabbricate nella repubblica popolare cinese. Già relativamente soddisfatto dal prezzo, ma non ancora appagato nella mia sete da irriducibile risparmiatore, proseguo. Seconda bancarella: altri cinesi, altri calzini ma… altro prezzo.
L. La trama si infittisce…
F. Tre paia per un euro e venti, la qualità che sembra identica dimostra che i prezzi non sono scelti del mercato ma spesso dalla pura discrezionalità del venditore. Mi dico: guarda un po’ se l’acquisto di un paio di calzini deve trasformarsi in un’indagine socio economica. Proseguo ancora. Altra bancarella, questa volta campeggia un tricolore, orgogliosamente sfoggiato da un non troppo simpatico cinquantenne bolognese. Alla mia richiesta mi indica un cesto di fantasmini con retina traspirante (di gran utilità mi dico) alla modica cifra di 6 euro per tre paia. Ringrazio e mi scappa:”Troppo cari!”. Un po risentito il venditore mi fa eco, urlandomi quando sono già lontano: “Vai dai cinesi allora!”.
L. Cosa hai fatto dunque? Da chi sei andato?
F. (…)Sono andato dai cinesi…
L. E perché?
F. (…) Il finale di questa storia sarebbe stato incoerente in ogni caso. Vuoi che risponda?! Ho comprato alla prima bancarella, tentando di salvare capra e cavoli. (ride)
L. Cosa intendi dire?
F. Ogni persona mediamente informata, conosce bene le “politiche” del lavoro condotte nelle manifatture cinesi. E ciò sia in patria mandarina, che nei vari stati in cui tali imprese si insediano. Penso alle realtà toscane di Prato o di Pisa, per fare un esempio. Decine e decine di operaie e operai di ogni età, lavorano in spazi angusti per 15, anche 18 ore al giorno. E per non rallentare i ritmi produttivi dormono e mangiano in spazi altrettanto angusti, ricavati in ”zone morte” della fabbrica.
L. Ed è per questo che…?
F. Ed è per questo che l’ acquisto di quel paio di calzini acquisisce un significato ben più profondo.
L. Grazie.
L’ intervistato continua: la persona mediamente informata di cui sopra, sa altrettanto bene che l’impresa italiana media, soprattutto a seguito dell’estensione di Schengen ai paesi ex-sovietici recentemente entrati nel mercato unico europeo (e che per questo “usufruiscono” della libera circolazione delle merci), preferisce decentrare la produzione verso imprese situate in tali territori. Ciò comporta dei risparmi sulla manodopera ma anche un lavoro meno garantito per gli operai.
L. Cosa preferire dunque?
F. Al lettore l’ardua sentenza.
L. In extremis. Ma allora perchè hai comprato dai cinesi?
F. Se comunque si deve finanziare lo sfruttamento, tanto vale risparmiare. Mica sono scemo!
Per altri video del genere GreenPorn
“Le uova sono preziose. Lo sperma è economico. Ce n’è a milioni. Io potrei avere 400 uova. Se fossi una femmina, qualsiasi femmina, io vorrei proteggere le mie uova preziose. Le vorrei nascondere in un buco e rendere quel buco difficile da raggiungere. O meglio vorrei che tu lo raggiungessi…”
“Peni. Differenti peni. Tutti che provano ad essere il più vicino possibile alle mie uova. Ma io avrò un tunnel, che diventerà un labirinto, che sarà intricato, unico. Sarà adatto esclusivamente al mio pene ideale. Così non sarò fecondata da un orso. Ogni pene adatto alla sua specifica vagina. Come una mano in guanto…”
“E’ per questo che voglio la mia Vagina!”
Io sono una banca. La più grande banca d’Europa. Vivo nel mercato, lo conosco bene. La concorrenza è dura, lo garantisco. In Italia non tanto, vabbè. Il punto è questo: mi devo fare pubblicità. Devo vendere al meglio la mia immagine. Devo fare sì che io appaia come buona, utile, generosa. Fondamentale. Lo sapete come funziona no? La gente deve avere fiducia in me. Deve pensare che a me interessi renderli più ricchi. Che mi interessi il loro benessere, il loro futuro, cose così.
Ancora con la storia che io c’entri qualcosa con la crisi? Ma lasciatemi lavorare in pace…
Dunque. Che cazzo mi invento?
Onestamente non è per niente facile. La gente là fuori non ne pensa granchè bene di me. Dopo tutto io questo faccio: presto soldi, (attenzione) solo con le dovute garanzie, poi ne chiedo un pò di più di quanti ne ho prestati. Devo dire che si guadagna molto bene. Eppure il meccanismo è semplicissimo. Forse anche troppo. Da un punto di vista etico non è il massimo, lo so. Mi dà fastidio quando mi danno dell’usuraia. Però comunque devo farmi spazio. Sapete tutti come vanno queste cose.
Ci vuole una grande idea. Ormai le ho provate tutte. Sono stato addirittura il main sponsor della Coppa Campioni! Non è abbastanza. Poi mi è costato parecchio dopotutto… Ci vuole qualcosa di nuovo…
Aspetta un momento. Chi lo ha detto che debba essere io a tirare la giacchetta delle persone? Attirare spasmodicamente l’attenzione dappertutto. Giornali. Palazzi. Televisioni. Ovunque. “Guardami! Guardami! Vieni da me!”. Perchè dovrei continuare a buttare via i soldi con campagne pubblicitarie faraoniche? Diciamoci la verità, ormai non ci fa più caso nessuno. Troppa confusione. Troppi messaggi accavallati. Non funziona più!
La faccio fare agli altri! Ma certo! Mi invento un bel concorso: “La carta del Genio”. Si, si, suona proprio bene. Per partecipare basta raccontare la propria storia ed il proprio sogno. Semplice. Per vincere… Bhè per vincere è diverso: ti faccio vincere se ti fai votare dal maggior numero di persone possibile. Non è perfetto? Centinaia di persone che fanno il lavoro per me! E di questi io praticamente ne pago solo i primi quindici. Chi ha fatto conoscere di più la mia bontà, la mia benevolenza, prende più soldi. Semplicissimo. Così è la vita. Lo so che è un pò spietato. Dopotutto sfrutto i sogni delle persone. Ne faccio uno strumento di marketing. Ma dopotutto non c’è niente di male, via! Io sfrutto loro, loro sfruttano me.
Tipo tu che ne stai scrivendo, si tu, anche tu mi stai aiutando. Anche tu mi stai facendo pubblicità. Pubblicità. Certo nel tuo caso non proprio positiva. Però come si dice, l’importante è che se ne parli. Ah, ma allora ho capito! Vuoi dare una mano ad una tua amica!
Ogni giorno. Ogni benedetto giorno vissuto, o meglio passato, nella città di Bologna lo incontro. Torno dopo mesi e lui c’è. Piove, c’è. Fa caldo, c’è. Fa un freddo porco, un pò più nascosto, ma c’è. C’è sempre. Uno pensa ad un monumento, ad un museo, un parco, un esattore dell’Agenzia delle entrate. Non è questo il caso.
Si tratta di un uomo sulla sessantina. Decadente è l’aggettivo che fa per lui.
Lo posso incontrare a qualsiasi orario. Giorno e notte. Dorme per strada. Vive per strada. Cambia sempre posto, ma ogni giaciglio non dista più di cento metri l’uno dall’altro. La sua vita, per quello che ne so e che vedo, si svolge in tre strade. Solo tre strade, non sconfina mai. In ognuna di queste strade passa differenti momenti della giornata. Si aggira con il suo trolley nel quale ripone dvd e coperte. Continuamente. Zoppica. Si trascina la gamba destra. Fuma il sigaro toscano. Non cerca mai lo sguardo dei passanti. Guarda spesso nel vuoto. Dipinge ad acquarello, molto bene tra l’altro. Beve solo ed esclusivamente thè al limone San Benedetto, nel bottiglione giallo. Ha le caviglie gonfie. Spesso ha delle fasciature. Il suo bagno è quello della sala studio dove va a lavarsi e liberarsi. Guarda molti film con il suo riproduttore video portatile. Ascolta spesso musica con delle grosse cuffie da ascolto da dj. Sulla faccia rugosa un sorriso ambiguo.
Non ci ho mai scambiato una parola. Cioè io cammino per anni attraverso quelle che sono le vie dove lui vive e non gli ho mai fatto un cenno, una domanda. Ovviamente nemmeno lui a me. Cosa bisogna pensare? Mah, sarà un matto… Un fallito, vai a sapere… Il pizzaiolo mi ha detto che è figlio di un papà molto ricco che gli passa dei soldi ogni mese. Lui li spende nelle cose che gli piacciono di più. Io non ci credo tanto. Eppure qualcosa di strano c’è. Non chiede soldi. A nessuno. Mai una mano tesa, mai una supplica, una lamentela. Ogni tanto qualcuno si ferma a parlare con lui. Credo sia in buoni rapporti con i commercianti della zona.
Ogni volta che lo vedo mi chiedo: bhè, stavolta cosa farai? Lo ignorerai facendo finta di non vederlo oppure lo osserverai come al solito con l’occhio sinistro continuando a camminare? Gli dirai una frase? Forse aspetti semplicemente che ti chieda qualcosa per rispondergli non ho niente mi dispiace, come fai con tutti gli altri scocciatori.
Oggi per la prima volta ha esposto due fogli, uno accanto all’altro: 1) “Datemi una mano per gli occhiali” 2)”Regalatemi una coperta”
Come al solito ho continuato a camminare.

