Monthly Archive for April, 2010

Il gioco del calcio

Il calcio è uno sport. Come ogni sport ha dei suoi valori. Se vogliamo fare i complicati, i valori dello sport in generale, dovrebbero essere i migliori e più nobili valori presenti nelle vite di tutti noi.

Esistono dunque due modi di vedere il gioco del calcio e quindi anche la vita:

1)il calcio è poesia continua. Persone su un prato verde, con storie e modi completamente diversi, comunicano tra loro attraverso un linguaggio fisico comune, universale. C’è bisogno di intesa. Forza. Fantasia. Tenacia. Grinta. Lavoro di gruppo figlio del lavoro individuale. Ognuno dà il suo contributo per quello che può. Lampi di genio e tatticismo sono un connubio inscindibile. Lo spogliatoio in armonia. Le due squadre contendenti si affrontano al massimo delle loro possibilità. Il risultato a fine gara rispecchia le qualità delle squadre in campo e tutti sono contenti di questo. Lo scopo è quello di fare più gol per vincere la partita. Il pubblico è contento. Armonia. Tutto qua.

2)il calcio è una competizione come tante altre. L’importante è vincere. Il resto non conta. O vinci o non sei nessuno. Una armata di 11 armadi a doppia anta da muro si scontra violentemente contro un’altra squadra. Tutto è permesso per lo scopo. Non importa dimostrare di sapere giocare a calcio. Di sapere fare poesia. Abbassare le capacità dell’avversario. Privarlo della sua essenza. In ogni modo. Giocare al negativo. Non creare nulla. Aspettare cinque minuti per ogni rimessa laterale. Accasciarsi a terra per ogni fallo subito. Giocare senza attaccanti. Noi siamo una testugine. E’ il nostro modo di fare gruppo. Questo è il nostro calcio e del resto non ce ne frega niente. Abbiamo vinto, pippe. Tiè.

Forza Grecia!

La fila

Scenario: supermercato affollato. Di quelli piccoli, nei centri città.

Assieme a tutti gli altri ti avvii con il tuo carrellino monodose, pieno di alimenti monodose, pronti all’uso, verso la cassa. Al singolare. Perchè giustamente all’ora di punta è una sola la cassa aperta.

Ti ascolti la tua musica. Meglio di quella che sparano dagli altoparlanti. Meglio della pubblicità. Magari anzi un pò il volume, più del necessario.

Finalmente un pò di sano stordimento. In questa foschia mentale, un lampo.

La seguo con gli occhi, sembra una persona qualunque. Non ha la divisa. Solo un cartellino coperto dai capelli ricci. Io me lo sento. Sento che adesso con aria pigra ed indolente si recherà ad un altra cassa, spinta dal senso di colpa per tutte quelle anime sole che la stanno aspettando da sempre, ed a voce bassa dirà:”Prego, cassa aperta”. Effettivamente è così. La mia previsione si manifesta. Io come ho detto lo sapevo e prima che lei avesse aperto la bocca io ero già davanti a lei. Il mio cestino era sistemato nello spazio portacestino. La commessa stava per cominciare il suo monotono ed alienante lavoro.

Ad un tratto due colpetti sulla spalla. Io continuo ad ascoltare la mia musica ad alto volume. Un signore alto, rugoso, dai folti capelli grigi e giacca in camoscio, vedo che mi parla. Purtroppo so cosa mi sta dicendo. Giovanotto, la fila! Il suo pollice è rivolto all’indietro, la testa oscilla di qua e di là. Un espressione di forte disapprovazione sul volto. Non è il solo discontento. Una signora prende iniziativa. Con piglio deciso si avvicina al mio cestino elegantemente disposto nel porta cestino e lo appoggia per terra. Anche lei gesticola. Io continuo a non sentire niente. Non faccio neanche resistenza. Un pò spaesato mi ritrovo alla stesso punto della fila. Tolgo le cuffie. Di nuovo pubblicità.

Tutto questo per dire che: esistono due società.

Una, quella ideale, nella quale un membro di questa ha una dote (si, la mia è quella di capire quando sta per aprire un’altra cassa) la mette al servizio degli altri. Quindi nella nostra storia: “signora, scusi se la disturbo, le volevo solo fare notare che si è liberata un’ altra cassa, non c’è bisogno che continui a fare questa sciocca fila. Glielo dico perchè penso sia giusto che vada lei prima  visto che è qui da più tempo di me”. L’applauso dovrebbe essere assicurato. E tutti dovremo vivere meglio.

L’altra è quella in cui noi viviamo.

25 Aprile, 2010

Oggi forse il ritratto un pò malinconico di questa festa-manifestazione è racchiuso in questo video.

25 Aprile, 2010. La virgola ci vuole. Almeno immagino.

Ieri, 1945. In quell’anno i partigiani liberarono Milano e Torino dall’occupazione nazifascista. Il popolo italiano,  nella sua quasi totalità, festeggiava la fine della guerra.

Oggi, 2010. Lo stesso popolo italiano, una sua parte, una minoranza, festeggia la ricorrenza.

Cosa è successo nel frattempo? Non saprei bene dire. Quello che posso fare è condividere con voi la mia esperienza, le mie impressioni, su questo 25 Aprile.

Sono stato a Monte Sole, sulle colline attorno Marzabotto. Uno splendido film “L’uomo che verrà”, ricorda le vicende occorse in quel luogo. E’ stata la prima volta che mi sono recato su queste colline e dunque la prima volta che ho vissuto il festeggiamento in questo contesto. Lo dico subito, mi aspettavo di più. Cerco di non parlare dei disagi organizzativi o dei prezzi semplicemente folli dell’unico ristoratore, anche se un piccolo accenno è meritato. Il problema è stato proprio il contenuto dell’evento ed i suoi partecipanti.

Alla fine del pendio della collina di Monte Sole, è stato allestito un palco. Piccole dimensioni, ma funzionale per l’occasione e per il contesto direi. Davanti a questo palco un buon numero di giovani. Qualche migliaio. Quasi tutti studenti universitari. Poche famiglie. Qualche cane senza guinzaglio. Un gran sole ad illuminare lo splendido scenario.

Ingenuamente mi aspettavo che dal palco si sarebbero succeduti racconti, storie, dibattiti, interviste sul 25 Aprile del 1945. I partigiani. Perchè si era lì a festeggiare. Quali fossero le cose da difendere. Quali quelle da attaccare. Banalità così insomma.

Niente di tutto ciò. Sul palco un susseguirsi di gruppi musicali improbabili. Quantomeno, a mio parere, per la maggior parte fuori contesto. Sotto al palco una sensazione diffusa di svacco all’aria aperta. Non posso negare di non avere aderito a questo clima nel quale sguazzo con facilità. Però il discorso riguarda le aspettative. Per ripetere la giornata di oggi ci vuole poco. Una giornata di sole, un palco, dei gruppi musicali.

Oggi nostro dovere era cercare di rivivere, riassaporare, quella gioia, figlia di tanta sofferenza, che ci è stata donata da chi si è sacrificato per una causa nobile. Persone ispirate da valori supremi. Uguaglianza. Libertà. Democrazia. Mille altri.

Insomma, in questo pendio, guardandomi un pò attorno, scorgo un anziano signore. Molto elegante è il suo abbigliamento. Indossa un cappello verde. Camicia bianca. Cravatta. Niente occhiali da sole. Un fazzoletto rosso al collo. E’ seduto su una sedia di plastica in mezzo a tanta confusione. Una spilla sulla giacca. A.N.P.I.

Ci avviciniamo. Gli chiedo se secondo lui è giusto usare la forza nello scenario politico. Risponde di no. Che lui ha combattuto per potere fare votare le persone. E allora cosa dobbiamo fare per sconfiggere chi ricopre indegnamente cariche istituzionali. La risposta è: impegnarsi nella politica. E che vuol dire? Iscrivetevi ad un partito. Poi rivolgendosi alla figlia chiede: “Com’è che si chiama…?” “Bersani” risponde lei. “Ecco Bersani!”. Ci saluta così.

Non è stato facile carpire questi suggerimenti. Non solo grande confusione attorno. Ma evidentemente anche i problemi di comunicazione che ci possono essere tra dei ventiquattrenni ed un novantaduenne hanno influito sul nostro dialogo. Insomma mi aspettavo che l’evento fosse più o meno quello che è successo a me in piccolo solo che condiviso da una grande moltitudine di persone. Non è stato così.

Ho parlato poi con le figlie. “Non bisogna votare PD, bisogna votare più a sinistra!” ci consiglia concitata una delle due. “Contro i padroni!”. L’altra sorella invece più pacata chiede di noi. Cosa fate, che studiate. Anche io ho un figlio che studia.

Si vede che non ne parla volentieri. “E cosa fa?”. Più tardi canta con un gruppo risponde. Siamo incuriositi. Ma chi è? Indica, con una faccia non facilmente descrivibile, un ragazzo a torso nudo. In pantaloni corti e scarpe da ginnastica. Occhialoni da sole a montatura bianca ed un’aria ingenua, forse un pò infantile. L’ha mai ascoltata la sua musica di suo figlio? No, ancora no.

To be friends

Per chi piace la commedia: scontro Fini-Berlusconi

Per chi piace la commedia: scontro Fini-Berlusconi

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Eyjafjallokull

Non sono lettere a caso. Sono le lettere che formano il nome del vulcano islandese che si sta prendendo gioco dell’Occidente. In questo link un’animazione.

Nonostante anche io sia stato tra i passeggeri che hanno visto il loro volo essere cancellato dagli schermi degli aeroporti, volevo ringraziare Eyjafjallokull. Per carità. Mai negare la sensazione di persecuzione. “Ma in tutti sti millenni proprio a me dovevi fare cancellare il volo?” Però mi ha fatto pensare. Un evento del genere ti fa sentire sulla terra. Ti fa sentire come tu, e tutta la tua benedetta umanità, sei lì in quel momento e stai facendo quello che ti pare, ed il tuo microcosmo sembra seguire perfettamente un’armonia, però, a 12 km sopra la tua testa, senza neanche che tu la veda, esiste una gigantesca nube di cenere che avvolge l’Europa. E ti sta sopra. E ti cambia la vita.

Eppure il cielo è terso. Eppure hai perso tutti i tuoi appuntamenti. Eppure, se sei fortunato, sei obbligato a rimanere nel posto in cui eri andato a farti una vacanza. Eppure, se sei sfortunato, sei obbligato a rimanere a casa anzichè andare in vacanza. Ma in realtà, qual’è la differenza?

E’ stata un pò come una livella. Tutti fermi. Tutti. La cosa bella, è forse il senso di accettazione. Con chi ti arrabbi. “Ma guarda sti fannulloni! Ora chiamo Brunetta e vi faccio vedere io!” verrebbe da dire. Nessun colpevole. Quella consapevolezza di essere troppo piccoli e ininfluenti per andare a rompere le palle ad un vulcano islandese. Ha ragione lui. Tu sei un ospite. Un microorganismo. Vuoi partire? Sali sul cammello e mettiti in cammino. Viaggia. Veramente. Renditi conto del tempo e dello spazio, in base al tuo sistema di riferimento. Sono buoni tutti a fare migliaia di km seduti sopra ad un tubo alato che viaggia ad 800 km/h. Che ci vuole? Niente. Ma allora che senso ha. Il concetto è già visto ed è questo: l’obiettivo di un viaggio è il percorso od il punto di arrivo? Noi viviamo nella società del punto di arrivo. Non so se Eyjafjallokull sia daccordo.

Il concerto

E’ una fiaba.

All’epoca di Brežnev, Andreï Filipov è il più grande direttore d’orchestra dell’Unione Sovietica e dirige la celebre Orchestra del Teatro Bol’šoj, ma viene licenziato all’apice della gloria quando si rifiuta di separarsi dai suoi musicisti ebrei, tra cui il suo migliore amico Sacha. Trent’anni dopo lavora ancora al Bol’šoj, ma come uomo delle pulizie. Una sera Andreï si trattiene fino a tardi, per tirare a lustro l’ufficio del direttore, e trova casualmente un fax indirizzato alla direzione del Bol’šoj: è del Théâtre du Châtelet, che invita l’orchestra ufficiale a suonare a Parigi. All’improvviso, Andreï ha un’idea folle: riunire i suoi vecchi amici musicisti, che come lui vivono facendo umili lavori, e portarli a Parigi, spacciandoli per l’orchestra del Bol’šoj. È l’occasione tanto attesa da tutti di potersi finalmente prendere una rivalsa. (da Wikipedia)

Due gli argomenti chiave:

La politica: il film ne è impregnato in modo leggero ma profondo. Un funzionario del partito molto ortodosso ed intransigente, tanto da essere stato materialmente colpevole della fine della carriera di Filipov con una brusca interruzione di concerto spezzando davanti al pubblico la sua bacchetta, matura un’altro approccio all’ideologia, proprio su suggerimento dello stesso Filipov. C’è vero comunismo solo quando ognuno suona il suo strumento e da il suo contributo autonomamente, il resto è burocrazia partitica istituzionale. Ed il funzionario questo lo capisce quando rinuncia ad un suo comizio, in occasione di un gemellaggio politico franco-cirillico, per ostacolare l’interruzione del tanto atteso concerto, al quale lui ha sicuramente dato un contributo essenziale.

Inoltre sono molte le scene in cui il popolo russo, rappresentato dall’orchestra, si rapporta con la realtà: le manifestazioni comuniste domenicali per svolgersi nel loro pieno potenziale hanno bisogno di comparse pagate dal partito, tanto è il distacco dall’ideologia; un hamburger così poco costoso al fastfood francese, da raddoppiarne la richiesta; la fame e la povertà, che gli orchestrali hanno subito, sono cancellate il prima possibile con i primi euro visti come compenso,in modo sciocco, ma molto spontaneo e naturale; direi anche non velata una critica al mondo ebraico (il padre del regista è ebreo), attaccato in ogni frangente al vil denaro ed all’affarismo (svelo che comunque nel finale c’è una metaforica assoluzione). Insomma ogni individuo presente con le sue debolezze, più o meno gravi, ed i suoi pregi. Però alla fine, ed è per questo che si tratta di una fiaba, si ritrovano tutti assieme per una causa comune. Come a dire: questa è la mia natura, non posso farci nulla, però sono comunque qui al tuo fianco.

La musica: è il film intero. Quello che io ho voluto vedere è che la musica è un canale di comunicazione veramente stravolgente, soprattutto se viene accompagnata da una carica emotiva, sia storica sia sentimentale. Non solo. E’ anche quel mezzo di comunicazione che non ha bisogna di forma, ma solo di contenuto. Ogni zingaro dai denti d’oro, ogni autista d’ambulanza, può farla vivere in modo unico. E non importa quanto ricco sei, o quante lezioni di musica hai preso. O sai suonare o non sai suonare. E se sai suonare fai parte di qualcosa. Ancora. Forse solo la musica sa arrivare a toccare corde dell’animo a volte nascoste da spessi strati di abitudine o di vergogna. Affascinante anche il legame creato tra musica ed emozione. L’orchestra trova il feeling durante l’esibizione solo quando la violinista protagonista, con tutta la sua energia, scuote le coscienze delle orchestrali che non possono fare altro che accompagnare in tutta semplicità, come se lo avessero sempre fatto, la violinista ed il direttore d’orchestra.

Stato e Televisione

E’ morto Raimondo Vianello. Attore. Sceneggiatore. Presentatore televisivo.

Aderì alla Repubblica sociale italiana.

Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. La Camera dei deputati ha reso omaggio alla sua figura con un applauso bipartisan.

Anche il presidente della Repubblica, rappresentante dell’unità nazionale, ha voluto esprimere il suo cordoglio per la scomparsa dell’attore. Il capo dello Stato lo definisce «il popolare attore che tanto ha dato al teatro, al cinema e alla Tv italiani».

Non c’è più nessuna differenza tra Stato e Televisione.

P.S. Interessante dichiarazione di voto al minuto 1:48.

Marche

Ringrazio Dustin per l’introduzione.

A grande richiesta prosegue l’analisi delle elezioni regionali.

Le Marche.

Ieri.

Partiamo come al solito con i dati delle trascorse elezioni. Guardando indietro si capisce meglio come si è, e dove si sta andando. Era l’Aprile del 2005 Spacca Gian Mario, candidato del centrosinistra, vinceva in agilità la Presidenza della regione. L’affluenza era sostenuta (71,46%). Per fare capire il clima paradisiaco: Ulivo + attuale Federazione della Sinistra= 50% degli elettori. Uno su due. L’Ulivo al 40%, Rifondazione al 6%, Comunisti italiani 4%. Addirittura Mastella con il suo partito contribuiva al successo più di quanto non lo facesse Di Pietro (1,79% ed 1,41%).

Il centrodestra.

Dato più sorprendente: Lega Nord allo 0,89%. Praticamente inesistente. Forza Italia (18%) ed Alleanza Nazionale (13%) più o meno equivalenti all’attuale Popolo della Libertà (31%). Udc molto forte (7%) a supporto del centrodestra.

Oggi.

Dato numero 1. Affluenza. In tendenza con l’andamento nazionale circa il 62% degli elettori si è recato alle urne. Il solito 10% che si è rotto le scatole di questa politica. Tanto sono tutti uguali. Non vado a votare così imparano. Me ne sto a casa il Lunedì, evvai!

Dato numero 2. Ha rivinto Spacca. Tutti contenti. C’è un Però, meramente politico ed interessante in chiave nazionale. Nel 2005 la Coalizione del centrosinistra, come abbiamo visto, era formata da un’area moderata, più una radicale. Oggi la parte radicale è stata sostituita dal Partito dell’Udc. Quindi oggi, ad essere onesti, bisognerebbe scrivere Coalizione di C E N T R O sinistra. L’ala radicale (chissà perchè la chiamano o si fa chiamare così, basterebbe dire di sinistra) oggi si è messa in proprio.

Dato numero 3. E’ stato infatti sostenuto Massimo Rossi. Sia da Rifondazione-Comunisti italiani, sia dalla neo nata Sinistra e Libertà. Questo è un accoppiamento interessante. Raro. Forse anche molto pericoloso. Perchè anche se assieme hanno raggiunto il 6,51% (quanto la sola Rifondazione alle scorse elezioni), Sinistra e Libertà si sa che è attratta dalle influenze gravitazionali del PD. E’ quindi questo l’esito di un tentativo di creazione di un terzo polo. Se sia riuscito o meno, a voi il giudizio.

Dato numero 4. Faccio la pecora. Tratto assieme Lega Nord e Di Pietro. Due partiti attorno all’1%, che in 5 anni aumentano rispettivamente di 5 (Lega) e 8 (IDV) punti percentuali. Stupefacente. La dimostrazione, se ce n’era bisogno (vedi Forza Italia, prime elezioni al 23%) che l’elettore italiano non crea un legame affettivo con il partito che vota. Anzi. Se trova un nuovo feeling con chi lo capisce meglio e può rappresentarlo, lo premia. Mi sembra insensato a questo punto parlare di costole di PDL e PD. Sono partiti che propongono un’altro approccio politico ai problemi sentiti dai propri elettori e che cavalcano incessantemente i loro cavalli di battaglia. Guerra all’Immigrazione per Bossi. Sputtanamento di Berlusconi per Di Pietro.

In conclusione. Situazione complicata soprattutto a sinistra. Probabilmente sarà fondamentale in futuro trovare un’intesa sul sistema elettorale. Se si va avanti così i risultati sono evidenti.




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